FAQ

1. Che cosa posso fare per conoscere meglio la vita di un monaco trappista?

Qualsiasi persona porta in sé un “monaco” nascosto. Noi siamo fatti da Dio e per Lui. La vita monastica corrisponde a questo bisogno di vivere per Dio, da solo e nel medesimo tempo quale membro di una comunità. Poiché la preghiera è il cuore della vita di un monaco, è anche oggi possibile, non importa in quel momento, praticare già un pò la vita monastica, prendendo quotidianamente 10 o 20 minuti per pregare, per meditare e leggere la Sacra Scrittura, soprattutto il Nuovo Testamento. Questa preghiera è importante, specialmente se tu cerchi il tuo posto nella vita, la tua vocazione, più di tutto se pensi che Dio ti chiama forse a seguirlo in una comunità monastica.

Generalmente, un buon metodo per conoscere e comprendere meglio questa vita è di passare qualche giorno nella foresteria del monastero. E’ sempre preferibile avvisare prima del proprio arrivo per posta, per telefono o per e-mail. Così potrai parlare liberamente con un monaco, e fargli le domande che vuoi. Se non è possibile visitare il monastero, puoi corrispondere con il fratello incaricato di questa accoglienza e leggere qualche libro a proposito della preghiera o della vita monastica.

 

2. Qual’è la relazione tra la vita monastica e le altre forme di vita cristiana?

Da quando è iniziato il cristianesimo, le differenti forme di vita cristiana sono state paragonate alle membra differenti di un corpo umano, membra chiamate a servirsi reciprocamente nell’unità e nella diversità.

Attraverso l’avvenimento totalmente unico della morte e della Risurrezione di Gesù, i credenti infatti formano misteriosamente il Corpo di Cristo. “Noi siamo membra gli uni degli altri”, ha scritto San Paolo (Lettera agli Efesini, 4, 25). Lo Spirito di Cristo risorto ispira, unifica e nel medesimo tempo diversifica questo Corpo, che è la Chiesa. In realtà, le differenti vocazioni cristiane continuano il lavoro e la presenza di Gesù nell’intera storia umana. Attraverso le persone e i gruppi chiamati anche oggi da Lui a questi ministeri è il Cristo stesso che ancora adesso guarisce, insegna, predica e serve.

La vita monastica, come è vissuta alle Tre Fontane, s’ispira alla vita nascosta di Cristo con Giuseppe e Maria, ai suoi momenti di preghiera solitaria con il Padre e all’esistenza semplice dei suoi primi discepoli a Gerusalemme. Un tal genere di vita costituisce come il “cuore” invisibile del Corpo di Cristo.

Chiamati dallo Spirito di Gesù, membri tra le altre membra del suo Corpo mistico, i monaci cistercensi si dedicano quindi a una vita di nascondimento, nella semplicità, nel lavoro, nel servizio e nell’accoglienza, quale una comunità monastica particolare. La loro vocazione è già da sé servizio di tutta la Chiesa e del mondo.

 

3. Perché siete chiamati Trappisti? Chi sono i Trappisti e che cos’è l’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (O.C.S.O.)?

I monaci delle Tre Fontane appartengono alla Famiglia cistercense. Come tutti i monasteri benedettini seguono Cristo secondo la Regola di San Benedetto, documento scritto nel VI° secolo a Montecassino (Italia).

Nel 1098, un gruppo di monaci benedettini, per seguire da più vicino questa Regola, iniziarono un Nuovo Monastero, a Cîteaux (Cistercium in latino, vicino a Digione, Francia), da cui deriva il nome de Cistercensi dato ai membri di questa comunità e poi di tutte le comunità che hanno riconosciuto in Cîteaux la casa madre di tutto l’Ordine. Questa riforma si estese rapidamente in Europa sotto l’impulso di San Bernardo di Clairvaux. Alla fine del XIII° secolo (1200), comprenderà fino a 500 monasteri.

All’inizio del XVII° secolo (1600), ebbe inizio in Francia un movimento di riforma in quest’Ordine Cistercense, che dal 1618 implicò l’insieme dei monasteri. L’abbazia de La Trappe (Normandia, Francia), con l’abate A. J.  de Rancé, vi aderì e ne divenne un rappresentante emblematico. Il nome di Trappisti, che dunque deriva dal nome La Trappe, fu dato allora a tutti quelli che fecero parte di questa cosidetta Stretta Osservanza. Alla fine dell’Ottocento, nel 1892, il papa chiese alle tre congregazioni di monasteri trappisti di riunirsi in un solo ordine, denominato oggi Ordine Cistercense della Stretta Osservanza, di cui fa’ parte l’abbazia delle Tre Fontane. Dunque il nome trappisti è dato anche oggi, a volte, ai monaci di quest’Ordine, benché le congregazioni trappiste non esistono più giuridicamente.

In Italia, la famiglia cistercense è rappresentata da due Ordini: L’Ordine Cistercense, con le famose abbazie di Casamari, Fiastra o Chiaravalle di Milano, e l’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza, di cui tre comunità di monaci e due di monache sono presenti in Italia.

 

4. L’Ordine cistercense della Stretta Osservanza (O.C.S.O.) aumenta o diminuisce?

Numericamente e paradossalmente, l’O.C.S.O. diminuisce e nello stesso tempo aumenta. Il numero dei monasteri è raddoppiato durante i 60 anni trascorsi: da 82 monasteri nel 1940 a 127 nel 1970, arrivando a 169 all’inizio dello XXI° secolo. Fino al 1950 c’era solamente un monastero dell’Ordine in Africa e nessuno in America Latina. Attualmente ci sono 17 monasteri in Africa e 13 in America Centrale e del Sud. In Asia e nella zona del Pacifico ce n’erano 6; attualmente ce ne sono 23. In generale, le comunità in Asia, in Africa e in America Latina aumentano più velocemente che in ogni altra parte del mondo. Durante questi anni il numero totale dei monaci e delle monache nell’Ordine è diminuito del 15%. Adesso nel mondo ci sono 2130 monaci trappisti in 97 comunità, e 1800 monache trappiste in 72 comunità.

 

5. E’ vero che i trappisti fanno voto di silenzio?

I monaci e le monache trappisti hanno la fama d’essere delle persone silenziose. Avendo questa reputazione un fondamento reale, si ha l’idea che i trappisti facciano voto di silenzio, ma questo non corrisponde al vero.

La vita di un monaco cistercense è tutta orientata verso la ricerca di Dio in ogni momento della giornata. Il silenzio, o piuttosto la padronanza della parola, è un mezzo essenziale per intrattenere una relazione vivente con Colui che chiama a sé il monaco. Nel monastero, ci sono alcune occasioni per parlare: la comunicazione utile al lavoro o durante il dialogo comunitario, lo scambio con i superiori e la conversazione con un fratello per motivi di carità. Però si può dire che lo stato abituale e consono del monaco è il silenzio, laddove entra in dialogo con il suo Signore. Questo fa’ parte integrante della sua promessa al momento della sua professione, quando si è impegnato a vivere la vita monastica (la conversatio morum); vivere nel monastero implica astenersi dalle parole inutili o vane, per non dire poi da quelle cattive. Così solamente il monaco può mettersi all’ascolto della Parola unica del Padre, Gesù Cristo nostro Signore.

 

6. Voi seguite la Regola di San Bernardo?

San Bernardo, con trenta compagni, è entrato nel monastero di Cîteaux nel 1112, quattordici anni dopo la sua fondazione (1098). Nel 1115, l’abate Stefano Harding lo mandò a fondare un nuovo monastero, che si chiamò Clairvaux. San Bernardo è il più conosciuto ma non l’unico grande monaco degli inizi dell’Ordine; si devono ricordare anche Guglielmo di Saint-Thierry, Elredo di Rievaulx, Isacco della Stella, Guerrico di Igny, per limitarci ai più importanti.

Bernardo di Clairvaux ha avuto un grande influsso sulla vita della Chiesa del suo tempo e anche sulla società. Ma per tutti i monaci cistercensi, è importante innanzitutto per i suoi scritti: trattati sull’amore di Dio, sull’umiltà o sulla libertà cristiana, commento alla Regola di S. Benedetto, e soprattutto l’incomparabile Commento sul Cantico dei cantici. In tutto questo, Bernardo rimane un Maestro. Se non ha mai scritto una regola, i suoi scritti aiutano però a vivere oggi la vita monastica come lui l’ha vissuta e ha voluto insegnarla.

 

7. Perché i Cistercensi sono significativi nel mondo attuale?

Il mondo attuale è lontano dall’essere uniforme o logico, ma avverte un bisogno profondo di trascendenza, di spiritualità e anche di comunità, un desiderio d’unione a Dio. La ricerca di Dio si manifesta attraverso delle forme diverse che costringono ad uscire da se stesso: il servizio sociale, il senso del mistero, la preghiera silenziosa come parte integrante della vita umana. E’ quì che l’esistenza cistercense diventa altamente significativa per il mondo attuale, grazie alla sua spiritualità che mette in rilievo l’unione della persona umana con Dio e con gli altri nel mistero trasformante di Gesù Cristo. L’allora Abate Generale dell’O.C.S.O., Dom Bernardo Olivera, scrivendo nel 1999 su questo tema a tutte le comunità, diceva: “La nostra esperienza mistica cristiana è costituita, in ultima analisi, dal fatto di essere riformato, conformato a Cristo. Solo per questo possiamo offrire un’orientamento verso l’alba di una nuova epoca e una testimonianza religiosa per il mondo secolarizzato del nostro tempo. Questo è per noi l’unico modo di dare un contributo indispensabile per il dialogo con le altre religioni e un servizio contemplativo per le Chiese cristiane.”

 

8. Come si diviene monaco? Quali sono le tappe del cammino?

La vita monastica non è un mestiere, una professione; è un cambiamento di vita. Quindi, nessun esame d’ingresso, nessun concorso per entrarvi, ma il desiderio di un rinnovamento della propria vita interiore, ciò che si chiama “conversione”; non solo cambiare pelle (o abito!), ma cambiare, o piuttosto lasciarsi cambiare il cuore.

Per colui che vorrebbe verificare una possibile chiamata alla vita monastica, è possibile trascorrere qualche giorno presso l’abbazia, vivendo gli stessi orari previsti dalla liturgia quotidiana. A tal fine, l’ospite è accolto nella foresteria, che dispone di alcune camere e di un refettorio, e può incontrare il maestro dei novizi, incaricato dal padre abate di questa accoglienza.

In un secondo momento, l’interessato può anche condividere maggiormente la vita dei monaci, vivendo all’interno della comunità. Spetta al maestro dei novizi discernere se questa possibilità sarà proficua per chi ha già un serio interesse per la vita monastica e questo dopo almeno un soggiorno presso la foresteria.

Per chi vuol fare poi il passo decisivo di entrare nella vita cistercense, c’è, prima del noviziato, un periodo di prova chiamato postulandato. L’aspirante viene ammesso a partecipare completamente alla vita di comunità. La durata del postulandato varia da persona a persona, ma solitamente non supera la durata di un anno.

Conclusa questa fase, con la vestizione inizia il noviziato, che, come previsto dalle costituzioni, dura due anni. Dopo di che, il novizio può chiedere di fare la professione temporanea. Se è accettato, farà al minimo tre anni di professione temporanea, che potranno essere prolungati, secondo le costituzioni, ma non oltre sei anni.

Quando si sente pronto, il professo di voti temporanei chiede liberamente di emettere i voti definitivi con la professione solenne. Sarà ammesso dall’abate con il consenso della comunità. I voti sono quelli previsti dalla Regola di San Benedetto (Cap. 58): stabilità, obbedienza e conversione dei costumi (conversatio morum), che include povertà e castità.

Come tutti i Benedettini, i Cistercensi emettono dunque il voto di stabilità, vale a dire che non cambiano comunità. Uno che pensa alla vita monastica può liberamente scegliere la comunità dove realizzare il suo desiderio; evidentemente, potrà ancora cambiare prima della professione solenne, dal momento che non vi è ancora legato in maniera definitiva. Ma la comunità scelta rimane un elemento decisivo nel processo di maturazione della vocazione. L’Ordine non interviene mai in questa scelta.

 

9. Altre domande.

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